-2019-
Linee d'ombra
24 fogli di carta nera - screpolante - penna bianca
OMBRE LUNGHE
L’ombra è forse uno dei simboli, dei modelli iconologici che più ha affascinato la fantasia degli
uomini, dei letterati e degli artisti. Come non approfittare di questa occasione espositiva per poter
raccontare l’operazione artistica di Andrea Colombu, qui proposta, se non sfruttando alcune delle
molteplici metafore che si collegano all’ombra.
La tradizione classica ci racconta di come Ulisse negli inferi tenti di abbracciare la propria madre
Anticlea, per tre volte, inutilmente. L’eroe abbraccia il vuoto, ossia tenta di afferrare l’illusione di
un’immagine che gli era apparsa come reale («trattando l’ombre come cosa salda», direbbe Dante).
Da questo esempio omerico la nostra prima considerazione. Se dobbiamo parlare di ombre e
dell’illusione che deriva dalle immagini non ci discostiamo molto dal parlare di arte. Se infatti,
come qualcuno ha detto, l’ombra è l’anima del corpo, possiamo tentare un’interpretazione
affermando che l’opera d’arte è l’anima della realtà. L’opera d’arte infatti, come l’ombra, è
perfettamente visibile ma allo stesso tempo inafferrabile. Ciò che l’artista plasma, dipinge, traccia
con il disegno o anche elabora con il computer è molto semplicemente (ma anche complicatemente)
una proiezione: la proiezione di un’idea che si contrappone alla luce dell’immaginazione. Ogni
oggetto d’arte, in fondo, non è altro che l’ombra di un’idea, un inganno dell’occhio e della mente.
Seconda considerazione. L’ombra pur essendo un ossimoro ottico, ossia è qualcosa di
inconsistente e allo stesso tempo qualcosa di reale, è sempre la testimonianza di una “presenza”.
Una presenza manifestata dall’opposizione di un corpo alla luce. Ma, a contraddire quest’ultima
considerazione (o forse a ribadirla), ci accorgiamo che le opere qui esposte sono soprattutto il segno
di una “assenza”. Sono ciò che rimane di una realtà che possiamo solo ipotizzare, che si manifesta
come una presenza inavvertibile: sono la testimonianza di una mancanza. Come i prigionieri della
caverna platonica osserviamo queste ombre lunghe cercando di immaginarci quale corpo le abbia
determinate. Andrea Colombu con queste sue originali composizioni fa un uso abile di questi due
livelli metaforici e interpretativi: quello della proiezione e quello dell’assenza. Però proprio la
scomparsa del corpo che si interponeva alla luce pone degli interrogativi in chi osserva. A chi
appartenevano quei corpi? Chi erano? Quali vicende umane si sono proiettate in quelle ombre? Nel
dubbio, nell’assenza appunto, abbiamo la certezza (e anche il timore) che quelle ombre siano ciò
che resta di un’esistenza drammatica, spenta improvvisamente, come un soffio spegne una candela
lasciandoci nel buio profondo. Facile pensare a vite spezzate da guerre, da genocidi o soltanto a
coloro che non sono riusciti a portare oltre un’altra sponda il proprio corpo e la propria ombra.
Queste ombre lunghe sono dunque anche una testimonianza di presenze mancate che ci deve far
riflettere.
Andrea Colombu è un artista poliedrico con una sensibilità che sconfina nella poesia e una profonda
conoscenza delle tecniche pittoriche che gli permette di spaziare nei differenti campi espressivi, dal
disegno puro alla computer art, dall’assemblaggio materico alla street art. La sua tecnica raffinata e
la fervida passione creativa ne fanno un artista che ci sorprende continuamente, un artista
infaticabile che, ogni volta che affronta un nuovo tema, è incessantemente spinto a produrre
innumerevoli varianti dell’opera fino a raggiungere il risultato più felice e ottimale: uno stato di
grazia artistico che seduce inevitabilmente chi osserva le sue opere. Anche questa raccolta di
quindici linee d’ombra nasce da un percorso riflessivo complesso e da una raffinata ricerca artistica.
Tecnicamente queste “proiezioni” sono ottenute con un paradosso pittorico: il nero su nero.
Paradosso ben noto e ricorrente nella pittura contemporanea che ritorna nell’arte astratta e informale
(Malevič, Rotko, ma anche e soprattutto Burri) con il costante tentativo di compenetrare figura e
sfondo nell’accostamento di minime sfumature di un identico colore, fino a sfidare la monocromia
assoluta. Un paradosso, appunto, perché condizione necessaria per la consistenza di un’ombra è che
esista uno sfondo su cui stagliarsi e questo non può essere nero. Forse ciò che resta della luce che ha
dato origine all’ombra è quel baluginìo bianco che si sovrappone alle immagini nere impalpabili,
come quando si fissa intensamente un oggetto luminoso e poi, chiudendo gli occhi, ci rimane
impresso sul nero della retina la fosforescenza e il contorno vibrante dell’oggetto stesso. L’artista,
dunque, combina il nero della base con la stesura di una amalgama trasparente che fa risaltare la
figura tracciata, che si pone così in vibrazione con il nero dello sfondo. Le linee bianche
sovrapposte non fanno che accentuare questa vibrazione. E dunque, alla simbolica proiezione e
assenza vista prima, dobbiamo aggiungere questa sottrazione e sovrapposizione di colore. Il
risultato di questa mostra è un sorprendente gioco di rimandi ottici e di allusioni simboliche ottenute
semplicemente illuminando il nero.
Roberto Randaccio




